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lunedì 4 giugno 2012

Humanitas, Felicitas, Libertas
Dalle "Memorie di Adriano" di Margherita Yourcenar, 1951.

Monete con l'effige di Adriano




Humanitas, Felicitas, Libertas: queste belle parole incise sulle monete del mio regno, non le ho inventate io. Qualsiasi filosofo greco, qualsiasi romano colto si propone del mondo la stessa immagine che mi propongo io. Ho sentito Traiano, messo di fronte a una legge ingiusta perchè troppo rigorosa, protestare che la sua applicazione non rispondeva più allo spirito dei tempi. Ma, a questo spirito dei tempi, forse sarò stato io il primo a subordinare coscientemente tutte le mie azioni, a farne qualcosa di diverso dai sogni nebulosi del filosofo, dalle aspirazioni vaghe del buon principe. E ringraziavo gli dèi per avermi concesso di vivere in un'epoca, in cui il compito che m'era toccato in sorte consisteva nel riorganizzare prudentemente un mondo già vivo, e non nell'estrarre dal caos una materia ancora informe, o nel distendermi su un cadavere per cercar di risuscitarlo. Mi rallegravo che il nostro passato fosse antico abbastanza per fornirci esempi eccellenti, e non tanto pesante da schiacciarci con essi; che lo sviluppo della nostra tecnica fosse pervenuto al punto da facilitare l'igiene della città e la prosperità dei popoli, ma non a quell'eccesso in cui rischierebbe di sommergere l'uomo con acquisizioni inutili; che le nostri arti, alberi un poco esausti per la gran copia dei loro doni, fossero ancora capaci di qualche frutto squisito. Mi rallegravo che le nostre religioni, vaghe e venerabili, purificate da intransigenze e da riti feroci, ci associassero misteriosamente ai sogni più antichi dell'uomo e della terra, ma senza inibirci una spiegazione "laica" dei fatti, un'intuizione razionale della condotta umana. Mi piaceva infine che queste stesse parole, Umanità, Felicità, Libertà non fossero ancora avvilite da applicazioni ridicole.
A ogni sforzo per migliorare la condizione umana si oppone una obbiezione: forse, gli uomini non ne sono degni.



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